venerdì 28 gennaio 2011

Le radici e i frutti dell’Italia cristiana (Lodovici)

A PROPOSITO DELLA PROLUSIONE DI BAGNASCO

Le radici e i frutti dell’Italia cristiana

Diceva Dawson: «Le religioni sono state le chiavi di volta delle culture del mondo»

GIACOMO SAMEK LODOVICI

Anche in rapporto al 150° anniversario dell’unificazione italiana si trovano indicazioni molte preziose nella prolusione che il cardinal Bagnasco ha tenuto lunedì scorso ad Ancona. Infatti, checché qualcuno pensi e sostenga, l’Italia ha delle robuste radici cristiane e per il nostro Paese è una necessità essenziale che la linfa cristiana continui sempre a irrorarlo. Il presidente della Cei ha giustamente parlato di un «profilo interiore dell’Italia […] che ancora oggi la fa essere qualcosa di più della somma di tanti singoli individui, ossia un popolo, […] una comunità di destino che […] ha una sua indole, un suo carattere, una sua vocazione, potremmo dire una sua anima». In effetti, nel 1861 è nato lo Stato italiano (preziosissimo traguardo da difendere energicamente, ma purtroppo conseguito – a parere di chi scrive – compiendo molti soprusi, in particolare contro la Chiesa), ma l’«anima» dell’Italia esisteva da secoli, perlomeno dai tempi di santa Caterina e prima ancora da quelli di san Francesco (e, nel periodo che li separa, di Dante, per fare un solo altro esempio), i quali nei loro scritti evocavano l’Italia riferendosi a un’entità geografica ma anche culturale e spirituale, formatasi «in ragione di una predicazione cristiana che, toccando le varie città e contrade, aveva dato forma agli archetipi fondamentali di base». In tal senso, «il vincolo religioso è stato realmente l’incunabolo – questa la felice espressione del cardinale Bagnasco – da cui è scaturita la prima coscienza di una identità italiana». Ora, non solo queste radici cristiane non debbono essere omesse, come è gravemente avvenuto nella Costituzione europea, ma debbono essere continuamente nutrite in modo che alimentino oggi e in futuro l’anima italiana.
Questo non solo per gli evidenti vantaggi caritativi e assistenziali che derivano a un Paese dalla pratica dei principi cristiani (in parte recepiti dalla Costituzione italiana), non solo perché il cristianesimo promuove il rispetto incondizionato della dignità di ogni uomo, incentiva l’amore e la sollecitudine verso il prossimo e l’esercizio delle virtù umane relazionali, ecc., ma anche perché esso plasma la persona, le «dona quell’idealità e quella forza morale che la materialità non garantisce». In particolare, «la rende capace di scegliere il bene anziché il male» e il bene «per una società è la direzione primordiale e insostituibile». Si dirà che anche l’uomo non religioso ha un senso etico, ed è vero. Ma la percezione del bene/male rischia sempre di offuscarsi e di essere soffocata da criteri utilitaristi, edonisti, efficientisti, ecc. e la ragione (citiamo il discorso non pronunciato dal Papa nel 2008 alla Sapienza) «alla fine si piega davanti alla pressione degli interessi e dell’utilità». Così (come ha detto sempre Benedetto XVI circa un mese fa, in un discorso citato da Bagnasco), oggigiorno si arriva spesso ad affermare che esistono non già il bene e il male, bensì soltanto un 'meglio di' e un 'peggio di' in rapporto ai fini prefissati e alle circostanze. Per contro, una religiosità autentica «parla direttamente alla coscienza e alla ragione […], rammenta l’imperativo della conversione morale, motiva a coltivare delle virtù e ad avvicinarsi l’un l’altro con amore, nel segno della fraternità».
È per questi (e altri) frutti del cristianesimo che – torniamo alla prolusione – «l’apertura [della persona] al trascendente, che pure è indisponibile allo Stato, non può essergli tuttavia indifferente».
Come ha scritto nel Novecento un grande studioso come Christopher Dawson, «le religioni mondiali sono state le chiavi di volta delle culture del mondo, al punto che, se vengono eliminate, gli archi cadono e l’edificio crolla».

© Copyright Avvenire, 28 gennaio 2011

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