lunedì 31 gennaio 2011

Studi esegetici sull'onda della «Verbum Domini». Trittici biblici tra pareti di carta (Gianfranco Ravasi)

Studi esegetici sull'onda della «Verbum Domini»

Trittici biblici tra pareti di carta

di Gianfranco Ravasi

«Un ultimo avviso, figlio mio: si fanno libri e libri senza fine e il troppo studio logora il fisico». Strettamente parlando, queste non sono parole di Qohelet, l'amaro e realistico sapiente biblico, più noto come Ecclesiaste, ma del suo redattore finale (12,12). Tuttavia, ben ne esprimono il pensiero che si trasforma in una rilevazione, che ai nostri giorni è ancor più scontata, oppure in un monito disatteso anche da chi ora scrive queste righe, come era accaduto al protagonista del racconto Il recluso della Corona di piume di Isaac Bashevis Singer: «Mio suocero rabbino mi rammentava sempre ciò che dice l'Ecclesiaste a proposito del fare libri». Lo stesso redattore di Qohelet riconosceva, però, il diritto al suo maestro di «scrivere la verità con onestà e con uno stile affascinante perché le parole dei sapienti sono come punte acuminate e come chiodi conficcati le loro raccolte di testi» (12,10-11).
Questa duplice esperienza dell'eccesso di produzione libraria, ma anche delle necessità della bibliografia seria la si prova proprio nel campo degli studi esegetici biblici. Sulla mia scrivania si accumulano -- inviate da autori ed editori -- vere e proprie pareti di carta che puntano a commentare alcune delle 305.441 parole ebraiche o aramaiche che compongono l'Antico Testamento (a cui si devono aggiungere quelle dei libri deuterocanonici greci) o delle 138.013 parole greche che costituiscono il Nuovo Testamento. A tutta questa massa di scritti -- come è noto, i «libri» biblici sono 73 -- tradotta secondo «una nuova versione dai testi originali» è consacrata una collana, appena inaugurata dalle edizioni San Paolo, con un primo trittico di commenti riservati rispettivamente a Giosuè (pagine 190, euro 20) a cura di Flavio Dalla Vecchia, a Tobit (pagine 234, euro 24) a cura di Marco Zappella e alla Lettera ai Filippesi (pagine 109, euro 14) a cura di Francesco Bianchini.
Sulla scia di una fortunata esperienza passata della stessa editrice, collegata all'impulso post-conciliare, questi volumi hanno l'originalità di appaiare a versioni fedeli e accurate il testo primigenio ebraico, aramaico o greco, mentre il commento si muove su due registri, identificabili anche graficamente: il primo è di taglio critico e individua le questioni filologico-testuali-lessicografiche, mentre il secondo livello è orientato all'analisi esegetico-teologica in modo chiaro, essenziale, tematico. Tutto questo è circondato, in apertura, da una vasta introduzione che risponde alle esigenze di inquadratura generale, mentre in finale una post-fazione illustra la vita del testo biblico nell'ambito della liturgia ove viene proclamato (si sarebbe potuta mostrare -- in modo emblematico o sintetico -- anche la presenza nell'intero flusso della tradizione teologica, spirituale e artistico-culturale).
A questa collana, che si apre con fervore, ne accostiamo un'altra che ha alle spalle una codificazione ormai ben assestata. Anche in questo caso proponiamo un trittico riguardante altrettanti scritti anticotestamentari di grande rilievo o suggestione, appena apparsi in versione italiana presso l'editrice valdese Claudiana. Gli originali, infatti, nascono in ambito protestante nordamericano (l'editore è la John Knox Press di Louisville nel Kentucky: il nome è quello di un importante riformatore della Chiesa di Scozia, vissuto tra il 1505 e il 1572). Ecco, dunque, in primo luogo un commento a quel gioiello narrativo che è Ruth (pagine 145, euro 15) studiato ovviamente da una docente, Katharine Doob Sakenfeld di Princeton. Seguono i e ii Re (pagine 328, euro 32), due libri di importanza capitale non solo per la storiografia biblica, ma anche per avere un'interpretazione antica della vicenda monarchica di Israele: sulle pagine di questi scritti si impegna Richard D. Nelson dell'Università Metodista di Dallas. Infine, ecco i Salmi, le 150 preghiere poetiche che da secoli si levano verso il cielo non solo nelle sinagoghe, ma anche nelle Chiese: a commentarli uno di seguito all'altro è James L. Mays, una figura importante dell'esegesi americana.
La caratteristica di questo approccio alle Scritture è ben espressa dal curatore dell'edizione italiana, Domenico Tomasetto, quando afferma che la collana intende «conciliare la grande tradizione dell'esegesi storico-critica con una proposta biblica -- ma non biblicistica (in pratica, o allegorica o fondamentalista) -- capace di parlare alla spiritualità e alla sensibilità dei credenti del nostro tempo, integrando così gli aspetti teologici e omiletici». È, questo, un equilibrio che è sollecitato, sia pure con altre connotazioni, nell'ultima «esortazione» di Benedetto XVI intitolata Verbum Domini, frutto del Sinodo dei vescovi dedicato alla «Parola di Dio» da lui convocato nell'ottobre 2008 (l'esortazione è pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana). Lungo questa traiettoria, che intreccia analisi storico-critica e teologia, si muove l'ultima trilogia testuale che vorremmo proporre in questa carrellata bibliografica selettiva.
Un maestro dell'esegesi cattolica, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2007, il gesuita Albert Vanhoye -- raccogliendo la ricerca che per tutta la vita lo ha visto impegnato soprattutto su questo scritto che, al di là del titolo, è un'omelia -- presenta ora un commento all'Epistola agli Ebrei (Bologna, Edb, pagine 358, euro 25). Adottando il cosiddetto «metodo retorico» -- che ben s'adatta al genere dello scritto -- egli riesce non solo a disegnare la straordinaria e sofisticata mappa letteraria di questa esortazione, ma anche ne delinea in modo netto e nitido la figura centrale: Cristo sacerdote non levitico (era della tribù di Giuda e quindi «laico» per l'ebraismo), ma «secondo l'ordine di Melchisedek», personaggio biblico misterioso che intreccia in sé la dignità regale a quella di un sacerdozio unico e non meramente rituale.
Alla collana «Commenti biblici» dell'editore romano Borla appartiene il secondo testo a cui ci riferiamo, anch'esso condotto secondo i canoni dell'approccio «retorico». Oggetto dell'analisi è un particolare blocco epistolare del corpus paolino: Le lettere pastorali raccontano è questo il titolo appunto del volume di Cesare Marcheselli-Casale della Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (pagine 373, euro 40). I molteplici problemi storici, letterari, teologici, ermeneutici che pongono queste Lettere, considerate dall'esegesi moderna come deuteropaoline (forse un frutto della «scuola» legata all'Apostolo) e denominate «Pastorali» per il loro taglio a partire dal Settecento, vengono affrontati lungo un suggestivo itinerario «narrativo». Esso si articola in tre tappe: le Lettere raccontano innanzitutto la loro storia genetica, poi la loro composizione strutturale e stilistica e, infine, il loro messaggio dalla forte impronta ecclesiale («l'assemblea protocristiana si autocomprende», soprattutto nella liturgia).
Non possiamo non concludere la nostra ultima trilogia bibliografica, se non con l'Apocalisse di Giovanni, l'ultimo libro biblico, finemente interpretato da Yves Simoens (Bologna, Edb, pagine 306, euro 29) che ci offre anche una traduzione di «ricalco» su un testo originario greco particolarmente sorprendente per la sua capacità di oscillare tra raffinatezza e idiomatismi, tra nobiltà e provocazione. Ma il cuore del libro è nel commento che si affida alla logica simbolica, l'unica costante di uno scritto originale, apparentemente «apocalittico» ed eccitato, in realtà sostanzialmente cristologico, incentrato sul giudizio di Dio nei confronti della storia (Apocalisse, 1,8 e si leggano le pagine emozionanti dei capitoli 14, 6-20 e 17-18): «Io sono l'Alfa e l'Omega, dice il Signore Dio: Colui che è e Colui che era e Colui che viene, il Sovrano-di-tutto».

(©L'Osservatore Romano - 31 gennaio 01 febbraio 2011)

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