lunedì 13 giugno 2011

Il Papa e Carlo, il giovane zingaro di etnia Radu (Vitale)

La preghiera dei rom al Papa

GIOVANNA VITALE

12 giugno 2011 — pagina 1 sezione: ROMA

SALE sul palco per ultimo, Carlo Mikic, la spavalderia dei suoi 18 anni celata dietro a un foglio scritto: troppo importanti le cose da dire per rischiare di dimenticarle. Impugna il microfonoe consegna al Papa il racconto di un'esistenza sospesa tra speranza e disperazione nel campo nomadi di via dei Gordiani.
RACCONTA, il giovane zingaro di etnia Radu, il dolore di «essere nato a Roma da genitori in fuga dalla Yugoslavia, ma di non essere ancora cittadino italiano»; la fatica di abitare in un campo nomadi perché «quando sei un bambino e vai a scuola non vieni considerato come gli altri», mentre «quando cresci e cerchi un lavoro e nei documenti vedono dove stai, tutti ti dicono no grazie »; il sogno di «avere una casa, documenti regolari e un lavoro, perché sono nato qui, qui ho studiato, ho tanti amici ed è qui che vorrei mettere su famigliae vivere la mia vita».
È commosso Carlo, sa cosa vuol dire trovarsi lì, adesso, insieme ai duemila rom, sinti e camminanti arrivati da tutta Europa per la prima «storica» udienza concessa loro da Benedetto XVI.
Un'occasione da non sprecare.
E infatti: «Vorrei essere trattato come tutti gli altri», implora il ragazzino cresciuto in fretta nella baraccopoli alla periferia est della capitale. Il fastidio e la diffidenza dei romani sperimentato ogni giorno sulla sua pelle. «Io lo so che ci sono dei rom che sbagliano, che non si comportano bene», quasi si giustifica con voce tremante, «ma la responsabilità è sempre personale, la colpa non è mai di un'etnia o di un intero popolo», scandisce ringraziando la «Chiesa che ci tratta come fratelli e sorelle». Perché «quando penso al futuro, pensoa città e Paesi dove ci sia posto anche per noi, a pieno titolo cittadini come gli altri, non come un popolo da isolare e di cui avere paura», conclude in un soffio. Il Papa gli fa un cenno con la mano, «avvicinati» lo esorta, come già aveva fatto con Ceija Stojka, l'anziana sinti sopravvissuta ai lager nazisti di Auschwitz e Bergen-Belsen che quasi l'aveva fatto piangere.
Ha sorrisi e carezze per tutti, il Santo Padre. Specie per quella manciata di bimbette che, abbigliate da sgargianti danzatrici del ventre, sgambettano al ritmo zigano di violini e fisarmoniche. «Voi nella Chiesa non siete ai margini ma, sotto certi aspetti, voi siete al centro, siete nel cuore, nel cuore della Chiesa» scandisce Benedetto XVI citando Paolo VI prima di ammonire, a proposito delle persecuzioni subite dagli zingari: «La coscienza europea non può dimenticare tanto dolore. Mai più il vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo!».
Ferite del passato che fanno il paio con quelle del presente, in cui «persistono problemi gravi e preoccupanti, come i rapporti spesso difficili con la società». E subito il pensiero va alle polemiche sui rom, le accuse spesso strumentali, le minacce di espulsioni di massa. Ecco perché bisogna imboccare la strada della «integrazione da cui trarrete beneficio voi e l'intera società», ma pure «le istituzioni si adoperino per accompagnare adeguatamente questo cammino», esorta il Papa. «La ricerca di alloggi e lavoro dignitosi e di istruzione per i figli sono le basi», insiste: sono «convinto che i vostri figli hanno diritto a una vita migliore». Con un'avvertenza, però: «Ricercate sempre la giustizia, la legalità, la riconciliazione e sforzatevi di non essere mai causa della sofferenza altrui». È finita, i fazzoletti gialli si levano al cielo in segno di saluto. I violini riprendono a suonare. E gli zingari, almeno per un giorno, si sentono non più senza patria.

© Copyright Repubblica (Roma), 12 giugno 2011 consultabile online anche qui.

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