venerdì 10 giugno 2011

Vaticano-Cina: atti riparatori dopo ordinazioni illecite (Izzo)

VATICANO-CINA: ATTI RIPARATORI DOPO ORDINAZIONI ILLECITE

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 10 giu.

La necessita' per i vescovi coinvolti contro la loro volonta' in consacrazioni illecite di "ricuperare autorevolezza mediante segni di comunione e di penitenza che possano essere apprezzati da tutti" e' sottolineata oggi dal Pontificio Consiglio per l'interpretazione dei testi legislativi che interviene con una nota sulle ordinazioni di vescovi privi di mandato del Papa.
Per il diritto canonico, si tratta di "delitti" che comportano la scomunica latae sententiae, ma in circostanze particolari (come quelle che la Chiesa vive in Cina) possono essere riconosciute quali attenuanti capaci di "mitigare la pena" le pressioni subite da parte delle autorita' civili ad esempio con la minaccia di ritorsioni. Ma questo non esime i presuli coinvolti dal compiere gesti di pubblica contrizione "senza i quali il governo pastorale difficilmente potrebbe essere recepito dal Popolo di Dio come manifestazione della presenza operante di Cristo nella sua Chiesa".
I vescovi, infatti, ricorda la nota citando il Concilio Vaticano II, "reggono le Chiese particolari loro affidate con il consiglio, la persuasione, l'esempio".
La nota pubblicata oggi dall'Osservatore Romano si sofferma poi piu' in generale sulla questione delle ordinazioni illecite ricordando che "gli atti derivanti dalla potesta' di ordine e realizzati nelle succitate circostanze di sacrilegio sarebbero validi".
Quanto alla scomunica latae sententiae, nella quale cioe' si incorre automaticamente, il dicastero ricorda che "allo scomunicato, e' proibito prendere parte come ministro alla celebrazione dell'Eucaristia o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico; celebrare sacramenti e sacramentali e ricevere qualunque sacramento; esercitare funzioni ministeriali ecclesiastiche e porre atti di governo".
Proibizioni che, si legge, "scattano ipso iure dal momento stesso in cui si incorre in una pena latae sententiae. Non occorre percio' che intervenga alcuna Autorita' che imponga al soggetto dette proibizioni: la consapevolezza del proprio delitto e' sufficiente perche' chi e' incorso nella sanzione sia tenuto davanti a Dio ad astenersi da tali atti, pena la commissione di un atto moralmente illecito e pertanto sacrilego".

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1 commento:

Anonimo ha detto...

la situazione della Chiesa in Cina è ingarbugliata. Mi chiedo però se una maggior rigidità della Santa Sede, come d'altronde richiesto pure dal cardinale Zen, non sarebbe stata salutare, per tutti. L'impressione infatti è che nelle vicende cinesi la diplomazia e le prudenze diplomatiche abbiamo troppo peso.