martedì 19 luglio 2011

Sincretismo religioso e cristianesimo nascente nel III secolo. Sincretismo religioso e Cristianesimo nascente nel III secolo (Ravasi)

Sincretismo religioso e cristianesimo nascente nel III secolo

Cristo e Orfeo sull’altare dell’imperatore

GIANFRANCO RAVASI

C’è un documento interessante sull’arco di storia romana che va da Adriano (117-138 dell’era cristiana) a Carino (283-285): è quell’Historia Augusta, così denominata dall’erudito svizzero del Cinquecento, Isaac Casaubon, che raccoglie una sequenza di biografie degli imperatori romani di quel periodo. Anche se la fonte è successiva e non priva di svarioni e di anacronismi, essa risulta interessante per ricostruire il fondale che a noi ora interessa, quello della prima metà del III secolo, un’epoca segnata, da un lato, da un’evoluzione storica, sociale e religiosa complessa e significativa e, dall’altro, da un trapasso politico di forte tensione che condurrà la dinastia dei Severi (193-235) a sfociare nell’anarchia militare scandita dai cosiddetti imperatori barbari Massimino il Trace (235-238) e Gallieno (253-268).
L’era dei Severi fu segnata da un clima di tolleranza religiosa, ben diverso dall’atmosfera che subentrerà con Decio e Valeriano e le loro pesanti repressioni anticristiane del 250 e del 258. È appunto l’Historia Augusta a ricordarci che l’imperatore Alessandro Severo (222-235) venerava all’alba nel suo «larario» i ritratti dei suoi lari antenati, le immagini di alcuni imperatori, la figura di Apollonio di Tiana, ma anche le icone di Cristo, Abramo e Orfeo (così Elio Lampridio nella Vita di Alessandro Severo, 29, 2, presente appunto nell’Historia Augusta). Questo sincretismo era diffuso nell’impero di allora e il pantheon romano accoglieva senza esitazione figure, idee o simboli e culti dell’Oriente, creando un clima di interculturalità e di multireligiosità, rispondente alla composizione multietnica della popolazione della metropoli e dell’impero.
È in questa temperie politica, culturale e religiosa che si irradia il cristianesimo. Esso non rivela una sua specifica identità artistica, non tanto per un desiderio di occultamento strategico di autodifesa nei confronti delle prevaricazioni persecutorie o delle eventuali ostilità ambientali, quanto piuttosto per un naturale processo di integrazione nella civiltà dell’epoca.
Nei primi due secoli della nostra era, infatti, gli aderenti alla nuova fede mostrarono la tendenza ad usare gli spazi dei pagani, anche per quanto riguardava le sepolture dei componenti delle comunità nascenti.
Le tombe dei principi degli apostoli, Pietro e Paolo, all’interno delle necropoli pagane del Vaticano e della via Ostiense, ne costituiscono un’eloquente testimonianza. Anche per gli ambienti del culto, durante questi primi due secoli, come è noto, si faceva ricorso alle residenze private dei singoli cristiani: le cosiddette domus ecclesiae, che raramente hanno lasciato segni monumentali o decorativi riconducibili al credo cristiano.
Queste domus, dove si svolgeva già la sinassi eucaristica e si celebrava il rito del battesimo, si mimetizzavano nel denso tessuto urbano delle città del tempo e potevano cambiare di volta in volta, attestando come i cristiani desiderassero mostrare la differenza sostanziale tra questi estemporanei luoghi di culto e i templi pagani.
È in questo contesto che si colloca lo straordinario monumento sepolcrale degli Aureli (sulle cui scoperte archeologiche «L’Osservatore Romano» ha scritto nel numero dello scorso 10 giugno). Cerchiamo, a questo punto, di delineare l’orizzonte più specifico, quello del genere «cemeteriale» a cui esso appartiene.
Sotto gli imperatori Settimio Severo e Caracalla, tra il 199 e il 217, il Pontefice Zefirino incaricò l’allora diacono Callisto di sovrintendere al «cimitero» della via Appia. Questo gesto assume un importante significato nel senso che le catacombe, che avrebbero poi preso la denominazione di San Callisto, divennero il primo cimitero ufficiale della Chiesa di Roma, mostrando subito i caratteri della specificità e della comunitarietà.
Nell’area più antica di questo cimitero — scoperta negli anni centrali dell’Ottocento dal celebre Giovanni Battista de Rossi (1822-1894) — è stata, infatti, recuperata una sorta di «sacrario pontificio», denominato «Cripta dei Papi», dove furono sepolti molti Pontefici del III secolo. Nello stesso ambito spaziale sono stati individuati alcuni cubicoli dipinti con scene ancora ispirate al repertorio pagano, ma anche con episodi estratti dalle Sacre Scritture, così come era attestata la presenza di committenti autorevoli da identificare con i presbiteri, con i diaconi e con gli altri componenti della gerarchia ecclesiastica.
La struttura ecclesiale proprio in quel tempo stava assumendo, anche nell’Urbe, una forma monarchiana, in perfetto ossequio alle varianti dottrinali che si sviluppavano nell’intero orbis christianus antiquus. Ma in quel piccolo cimitero della via Appia, che assumerà le attuali grandi dimensioni solo a partire dal iv secolo, ci si imbatte anche in un centinaio di loculi, ossia di tombe umili, sobrie ed essenziali, riservate ai fedeli ordinari, obbedendo a quella legge dell’uguaglianza che regolava lo sviluppo dei primi cimiteri cristiani. Nell’Area i di San Callisto — come definì quel primo nucleo catacombale Giovanni Battista de Rossi — si riconosce l’organizzazione della comunità cristiana del tempo, che stava assumendo appunto i caratteri della gerarchia piramidale, ma anche e soprattutto della comunitarietà.
Altri nuclei cemeteriali comunitari frattanto spuntavano lungo le vie consolari del suburbio romano (Priscilla sulla via Salaria, San Sebastiano e Pretestato sulla via Appia, Domitilla sulla via Ardeatina, Calepodio sulla via Aurelia, Novaziano sulla via Tiburtina). In essi alcuni sepolcri mantenevano i caratteri dell’ipogeo di diritto privato, riservato a un gruppo familiare, più o meno allargato, oppure a una vera e propria corporazione.
In molti casi, questi ipogei furono considerati dalla letteratura del passato come eretici, specialmente quando l’apparato decorativo e il corredo epigrafico non dimostravano i sintomi chiari della cristianità. È in questo orizzonte che dobbiamo collocare lo splendido monumento degli Aureli sito nell’attuale viale Manzoni.
Scoperto nell’autunno del 1919, il sepolcro, costituito da tre ambienti completamente dipinti, ha ispirato molte letture iconografiche corrispondenti ad altrettante attribuzioni del monumento, ora considerato pagano, ora cristiano, ora eretico.
Il programma decorativo presente nell’ipogeo privato di questa famiglia di liberti, gli Aureli — collocato all’interno delle Mura aureliane, non lontano dalla cappella palatina di Santa Croce in Gerusalemme — propone alla critica un eloquente esempio di iconografia ove si registra quel sincretismo che abbiamo sopra evocato. Negli affreschi, infatti, si riconoscono chiare reminiscenze del repertorio ellenistico, altrettante evidenti allusioni alla vita terrena dei defunti, presumibilmente proiettata in un non meglio identificato aldilà; si presentano alcune scene plausibilmente riferibili all’epica omerica e alla mitologia classica, ma si scoprono anche segni, appena percettibili, di un cristianesimo incipiente.
Ad esempio, le figure del crioforo (pastore con la pecorella sulle spalle) e del filosofo, se da un lato recuperano i concetti della filantropia, della humanitas e della saggezza classica, preparano, dall’altro, i simboli del buon pastore, delle figure dei santi, degli apostoli e di Cristo. L’ipogeo di questi liberti, insomma, rappresenta, sia dal punto di vista monumentale, sia dal punto di vista epigrafico ed iconografico, una soglia privilegiata per chi voglia avvistare i primi sintomi di un linguaggio religioso, che si stava declinando in senso cristiano e che celebrerà successivamente i suoi trionfi iconografici e cultuali.
Gli scavi, i restauri, la sistemazione di questo prezioso monumento hanno rappresentato, per i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, l’occasione per studiare, in maniera globale e multidisciplinare, una delle manifestazioni più eloquenti e significative della civiltà funeraria tardoantica, ricorrendo alle tecniche di indagine più aggiornate e sofisticate.
L’uso del laser per il recupero dell’apparato pittorico — già sperimentato nelle catacombe di Santa Tecla — ha, infatti, fornito nuovi dati iconografici sorprendenti e tali da illuminare la cultura religiosa di una stagione mutevole.
Essa non congedava ancora i temi, i miti e i codici figurativi del passato, ma apriva già le porte al nuovo repertorio augurale e spirituale della religione cristiana.

(©L'Osservatore Romano 20 luglio 2011)

1 commento:

Antonio FAIS ha detto...

Dunque per Sua Eminenza
Gallieno Augusto il Filelleno, uno dei più grandi imperatori romani,l'amico di Plotino, colui che unico tra gli Augusti,dopo Adriano, fu nominato Arconte dalla città di Atene,che si faceva ritrarre di tre quarti con gli occhi rivolti al cielo, come Alessandro, sarebbe da annoverare tra gli imperatori barbari?
Riporto l'iscrizione dell'arco di Gallieno sull'Esquilino:
GALLIENO AVGVSTO CUIVS INVICTA VIRTVS SVPERATA EST PIETATE SALONINAE SANCTISSIMAE AVGVSTAE