mercoledì 5 ottobre 2011

Conferenza del card. Piacenza a ai sacerdoti di Los Angeles. Senza la Parola di Dio non avremmo nemmeno i sacramenti (O.R.)

Conferenza del cardinale prefetto della Congregazione per il Clero ai sacerdoti di Los Angeles

Senza la Parola di Dio non avremmo nemmeno i sacramenti

Pubblichiamo ampi stralci dell'intervento La Parola di Dio nella vita del sacerdote, sulla ricezione dell'esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini di Benedetto XVI, pronunciato a Los Angeles, martedì 4 ottobre, dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero in una conferenza ai sacerdoti di lingua spagnola dell'arcidiocesi.

di Mauro Piacenza

L'esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini rappresenta un passaggio fondamentale del cammino di ricezione della costituzione apostolica Dei verbum del concilio ecumenico Vaticano II. In tal senso, è sempre bene ricordare, come l'unica ermeneutica autentica del grande evento conciliare sia quella della continuità e della riforma. Lo ha esplicitamente ricordato il Santo Padre, nel discorso per gli auguri natalizi alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, dando in tal modo, proprio all'inizio del Suo Pontificato, l'indicazione di un grande tema sempre da affrontare. Non esistono due Chiese cattoliche, una preconciliare e una postconciliare; se così fosse, la seconda sarebbe illegittima! Nell'unica Chiesa cattolica, istituita da Nostro Signore Gesù Cristo sulla roccia di Pietro e sul fondamento degli apostoli, è necessario riconoscere una profonda unità storica, dottrinale e teologica. Perché una dottrina sia accoglibile, non deve rappresentare una rottura con il passato o con l'intero corpo dottrinale, ma deve esserne il naturale, l'organico sviluppo. Se cambiano le circostanze storiche e culturali, se cambiano -- talora -- i modi di esprimersi, non può cambiare l'eterno Vangelo di Cristo! Cristo è lo stesso ieri, oggi, sempre. Non cambia il Verbum Domini! Questa stabilità di Cristo, della verità e della Chiesa altro non è, se non la traduzione storica della teologia del Corpo mistico di san Paolo. Come un corpo non può avere organi incompatibili o parti sviluppate in maniera non armonica, così la Chiesa di Cristo.
Verbum Domini! Parola di Dio! Che cos'è la Parola di Dio? Che ruolo ha nella vita di un sacerdote? Al n. 11 dell'esortazione apostolica, il Santo Padre afferma: «La Parola eterna, che si esprime nella creazione e che si comunica nella storia della salvezza, è diventata in Cristo un uomo, “nato da donna” (Galati, 4, 4). La Parola qui non si esprime innanzitutto in un discorso, in concetti o regole. Qui siamo posti di fronte alla Persona stessa di Gesù. La Sua storia unica e singolare è la Parola definitiva che Dio dice all'umanità». La Parola di Dio, il Verbo di Dio, quindi, è innanzitutto il Suo Figlio Unigenito, Colui del quale, nel Credo, diciamo: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». Dunque la Sua Parola è una Persona, non un libro! Ed è necessario riconoscere che il cristianesimo ha, nei confronti degli scritti ai quali s'ispira, un rapporto unico, che nessun altra tradizione religiosa può avere. La Parola di Dio, che è la Persona del Figlio eterno, pronunciata dal Padre prima di tutti i secoli, si è fatta carne, entrando nel tempo e nella storia degli uomini. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni, 1, 14). Questo fatto ha segnato e segna, definitivamente, la storia umana, che, dall'incarnazione in poi, è la storia dell'Emmanuele, il Dio-con-noi. Il Figlio di Dio fatto uomo ci ha rivelato i segreti del Padre, ci ha liberati dalla condizione servile, causata dal peccato, e ci ha introdotti in un'amicizia nuova e insperata con Dio. «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Giovanni, 15, 15). Sì, il Signore Gesù ci ha fatto conoscere tutto ciò che ha «udito dal Padre»; dunque, in Cristo unico salvatore, noi abbiamo ricevuto la rivelazione definitiva di Dio, anzi, Dio stesso.
L'esperienza di Dio in mezzo agli uomini, ciò che Egli ci ha rivelato del Padre, ciò che Egli ci ha insegnato per la vita, e ciò che Egli ha istituito, sia di eterno sia di transeunte, tutto è contenuto nelle sacre Scritture divinamente ispirate. Scrive infatti il Santo Padre, al n. 17 della Verbum Domini: «Sebbene il Verbo di Dio preceda ed ecceda la sacra Scrittura, tuttavia, in quanto ispirata da Dio, essa contiene la Parola divina (cfr. 2 Timoteo, 3, 16) “in modo del tutto singolare”». Per tale ragione, le sacre Scritture sono Parola di Dio e, nello stesso tempo, la Parola di Dio è «più grande» delle sole sacre Scritture, perché è la Persona stessa di Gesù.
Come cattolici, inoltre, ben sappiamo come la rivelazione non consista, unicamente, di quanto è materialmente contenuto nelle sacre Scritture, ma sia l'insieme inscindibile di sacra Scrittura e di ininterrotta tradizione ecclesiale, autorevolmente interpretate dal magistero. Non è mai lecito separare la Scrittura dalla tradizione; né è mai lecito separarle dall'interpretazione che di esse ha dato e dà il magistero della Chiesa. Separazioni di tale genere comportano sempre gravissime conseguenze spirituali e pastorali.
È sempre utile ricordare, poi, come gli stessi testi del Nuovo Testamento siano nati all'interno della tradizione ecclesiale e come, almeno nei primi decenni dell'era cristiana, la Chiesa abbia vissuto dell'Eucaristia, della preghiera, della memoria viva dell'evento di Cristo e della guida degli apostoli.
Quanto sin qui detto, appartiene al comune patrimonio della Chiesa ed è autorevolmente insegnato nella costituzione dogmatica Dei verbum del concilio ecumenico Vaticano II. Se altre interpretazioni, da parte di taluni, ci sono state in questi decenni, esse non sono fedeli alla giusta interpretazione del Concilio e, anche per questa ragione, i padri, con il Pontefice, hanno dedicato un sinodo alla Parola di Dio nella vita della Chiesa, per riconoscervi il giusto posto ed evitare prudentemente talune, non legittime unilateralità.
Un altro aspetto di fondamentale importanza, ampiamente sottolineato dalla Verbum Domini, è costituito dalla dimensione pneumatica della rivelazione, nel suo insieme e nei vari aspetti-momenti che la costituiscono. Si legge, infatti, al n. 15 dell'esortazione: «Non v'è alcuna comprensione autentica della Rivelazione cristiana al di fuori dell'azione del Paraclito», e ancora, al numero successivo: «Come la Parola di Dio viene a noi nel corpo di Cristo, nel corpo eucaristico e nel corpo delle Scritture mediante l'azione dello Spirito Santo, così essa può essere accolta e compresa veramente solo grazie al medesimo Spirito». Innanzitutto, è sempre necessario ricordare l'intimo e insostituibile rapporto tra Gesù Cristo e lo Spirito: tutta la vita del Signore è una vita nello Spirito, dall'Annunciazione all'Ascensione; e lo Spirito non è qualcosa di vago e d'indefinito, per noi cristiani, ma è sempre lo Spirito di Cristo. Questo «di Cristo» è un genitivo di possesso, che ci dice che lo Spirito è Suo, come è del Padre; ed è il medesimo Suo Spirito che è donato a noi, nel battesimo, nella confermazione e, con il potere di trasmetterlo ai fratelli, soprattutto nell'ordinazione sacerdotale. Se Cristo è la pienezza della rivelazione e l'intera esistenza di Cristo è nello Spirito, allora la stessa rivelazione è un evento pneumatico: la tradizione è animata dallo Spirito, la Scrittura è inspirata dallo Spirito e il magistero, nel compito di interpretare autorevolmente Scrittura e tradizione, è guidato dallo Spirito. Ne deriva, allora, che lo stesso rapporto del sacerdote con la Parola di Dio deve essere un rapporto pneumatico. Deve essere cioè evitato ogni approccio meramente positivistico o storicistico, che non permetta la comprensione del reale significato del testo. Le Scritture, approcciate prescindendo da tale dimensione pneumatica, rimangono come mute e invece che parlare di Dio e far ascoltare la Sua voce, raccontano semplicemente una storia.
Come affermato dal grande san Girolamo: «Chi ignora le Scritture, ignora Cristo», non possiamo quindi ignorare le Scritture, e il primo elemento perché vi sia un rapporto tra il sacerdote e la sacra Scrittura, è conoscerne il contenuto: leggerle, conoscerne la struttura, averne in mente i nessi tra le varie parti e, soprattutto, conoscere la Scrittura nella sua globalità, senza quegli eccessi di parcellizzazione che, troppo spesso, caratterizzano la conoscenza della realtà nell'epoca, del relativismo e dello scientismo. Quest'opera di conoscenza delle Scritture, lungi dall'essere meramente nozionistica, diviene nel tempo uno dei fattori principali per favorire, nel sacerdote, la conoscenza e la conseguente immedesimazione con il pensiero di Cristo. In questo senso, la doverosa fedeltà alla Liturgia delle ore, nella sua integrità, è palestra fondamentale per rimanere stabilmente in contatto con la Parola di Dio, specialmente nell'Ufficio delle letture, che ce la dona abbondantemente, insieme a quel momento di autorevole tradizione ecclesiale rappresentato dai padri della Chiesa.
Per il ministero che ci è stato affidato, poi, noi non siamo soltanto, con tutti i nostri fratelli, ascoltatori della Parola, ma anche autorevoli annunciatori e interpreti di essa. Ogni battezzato è chiamato a testimoniare Cristo e ad annunciare la Parola. Il sacerdote, oltre a partecipare di questo mandato comune a ogni cristiano, ne riceve uno specifico e ministeriale, e il suo annuncio, soprattutto nella predicazione e nella catechesi, partecipa, in certo modo, dell'autorevolezza dello stesso magistero ecclesiale. Va da sé che non possiamo annunciare ciò che non conosciamo e non abbiamo fatto nostro; quindi la possibilità dell'annuncio è strutturalmente legata alla conoscenza delle Scritture e alla familiarità e immedesimazione con il pensiero di Cristo. Non così, invece, per l'efficacia dell'annuncio, che, contrariamente a quanto si pensa comunemente, non dipende dalla conoscenza ma dalla vita e dalla testimonianza. L'efficacia è inoltre totalmente dipendente dall'azione potente della grazia e dall'insondabile mistero della libertà umana. In tal senso, non esiste, nella dinamica dell'annuncio, alcun meccanicismo. Anche questo ci aiuta, come ministri della Parola, a purificarci del funzionalismo e ad affidare totalmente al Signore, nella preghiera, l'azione della Parola nel cuore degli uomini. Nel compito di annunciatori è necessario tenere costantemente presente l'unità di sacra Scrittura, tradizione e magistero, di cui abbiamo parlato. Non è possibile annunciare la Parola, dimenticando o -- peggio -- biasimando la tradizione che l'ha generata! Altrettanto inefficace risulterà l'annuncio staccato o -- peggio -- in contrasto con il magistero ecclesiale. In questo senso, possono coesistere due differenti dinamiche, entrambe legittime, nell'evangelizzazione. È possibile che dall'annuncio della Parola nasca la fede e il rinnovamento della vita, ed è altrettanto possibile che l'esperienza di una vita nuova, improvvisamente e gratuitamente donata attraverso un incontro, apra alla fede e, successivamente, sia riconosciuta nell'incontro con le sacre Scritture. Non vi nascondo la mia propensione e la mia umana simpatia per questa seconda dinamica, che, come mi pare di comprendere dai testi delle sacre Scritture, è stata anche quella di Andrea e Giovanni, quando quel pomeriggio, intorno alle quattro, hanno incontrato Gesù! Il nucleo del rapporto tra il sacerdote e la Parola di Dio è dunque rappresentato da quella «Parola di Dio in atto» che è la sua propria esistenza e quella dei fedeli. Essi, attraverso l'annuncio e il ministero dei sacerdoti, incontrano il Signore. In questo senso, il cristianesimo non è «religione del libro» ma è un fatto, un avvenimento accaduto nella storia, del quale, nell'oggi, è possibile fare vitale esperienza e questa esperienza è contagiosa, missionaria in se stessa, anzi è l'elemento più efficacemente missionario di cui lo Spirito ha fornito la Sua Chiesa. Questa chiarezza di giudizio nel rapporto con le sacre Scritture, le colloca al loro giusto e insostituibile posto anche nella vita della Chiesa, la quale sussiste dell'efficacia della Parola, anche e soprattutto nell'amministrazione dei sacramenti. Senza Parola, non solo non avremmo l'annuncio, ma non avremmo nemmeno i sacramenti.

(©L'Osservatore Romano 5 ottobre 2011)

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono totalmente fuori argomento, scusa Raffy. Solo per constatare, una volta di più, a quali livelli di demente bassezza può giungere il pregiudizio anticattolico.
Ps.: intervistatore compiacente è Alessandra Farkas sul corrierone di ieri.
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-amanda-knox-i-mediae-il-pregiudizio-anti-cattolico-3236.htm
Alessia

Raffaella ha detto...

Vi viene in mente una sola parola: pena!
R.

sonny ha detto...

A me un'altra: schifo!