sabato 9 luglio 2011

Falsario per gli ebrei nel nome di Pio XII. L'appassionante storia del francescano Marie-Benoît de Bourg-d'Iré (Bernard Ardura)

L'appassionante storia del francescano Marie-Benoît de Bourg-d'Iré

Falsario per gli ebrei nel nome di Pio XII

BERNARD ARDURA
Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche

Nel libro Marie-Benoît de Bourg-d'Iré (1895-1990). Itinéraire d'un fils de saint François, Juste des nations, Parigi, Editions du Cerf, 2010, pagine 420) padre Gérard Cholvy ci racconta l'appassionante storia di Pierre Péteul, nato a Bourg-d'Iré il 30 marzo 1895, nella fiorente diocesi di Angers.
Divenuto cappuccino durante l'esilio dei religiosi in Belgio, rientrò in Francia, come la maggior parte dei religiosi esiliati, per prendere parte alla Grande Guerra. Nel 1921 eccolo a Roma, dove entra nel collegio serafico internazionale San Lorenzo da Brindisi dei cappuccini. È l'anno in cui Benito Mussolini fonda il Partito nazionale fascista, pochi mesi prima della morte di Benedetto XV.
Una volta sostenuta la sua tesi di dottorato in teologia il 18 luglio 1925, padre Marie-Benoît resta a Roma dove diventa "istitutore" del collegio. Sarà poi nominato sostituto del procuratore generale e vice-prefetto. Autore di studi e di articoli apprezzati, padre Marie-Benoît assolve al meglio al suo compito. Dal suo osservatorio romano, padre Marie-Benoît - iscritto dalla fine della prima guerra mondiale all'Associazione degli amici d'Israele - fa sue le condanne del razzismo e dell'antisemitismo che caratterizzano il pontificato di Pio XI.
Ingaggiato nel 1939 come interprete al servizio dello Stato maggiore e congedato alla fine dell'anno, viene rimandato a Roma, a disposizione dell'attaché militare dell'Ambasciata di Francia. Ma l'imminenza dell'entrata in guerra dell'Italia accanto alla Germania nazista induce la maggior parte dei francesi a lasciare Roma. È ciò che fa padre Marie-Benoît il 19 maggio 1940.
Assegnato al collegio dei cappuccini di Marsiglia, vi giunge la sera del 20 maggio. Nella grande città portuale nel sud della Francia padre Marie-Benoît assiste all'arrivo di numerosi rifugiati, fra i quali un consistente numero di ebrei. "Lì - osserva fin dal suo arrivo nella città fenicia - mi attendeva un'attività speciale alla quale non avevo mai pensato. Cominciai a occuparmi degli ebrei che, sfuggendo ai nazisti, affluivano nella regione" (p. 144). E così indirizzava a casa di una giovane donna che gli aveva offerto il suo aiuto decine di ebrei che rischiavano di essere arrestati.
La cantina del convento dei cappuccini cominciò allora a fervere di attività. Là si fabbricavano centinaia di carte d'identità, certificati di battesimo, raccomandazioni di datori di lavoro, il che presuppone se non la complicità, quanto meno la compiacente neutralità dei padri del convento.
Quando si tratta di ebrei stranieri, ricercati dalla polizia, padre Marie-Benoît li aiuta a evadere grazie a contatti con intermediari specializzati. Può anche contare su amici nella polizia e nella prefettura che gli forniscono preziose informazioni sugli eventuali pericoli.
Questo studio sull'operato di padre Marie-Benoît a Marsiglia mette anche in luce altre persone, conosciute o ignote, che si adoperarono, a rischio della propria vita, per proteggere numerosi ebrei: la filosofa Simone Weil, il pastore Heuzé, i domenicani de Parseval e Perrin, ma anche Pierre Chaix-Bryan, Maurice Brenner, Jean Murzi, Charles Aquatella e Antoine Zattara, complice di questi salvataggi presso la prefettura e che morirà dopo essere stato deportato.
Quando, nel 1942, migliaia di ebrei vengono rinchiusi nel campo di Milles, a una ventina di chilometri da Marsiglia, in attesa di una deportazione che si concluderà in un campo della morte, monsignor Delay, vescovo di Marsiglia, chiede e ottiene per padre Marie-Benoît l'autorizzazione a entrare nel campo e nell'hotel Bompart dove sono riunite le donne con i figli in tenera età. Risale all'epoca l'incontro fra il cappuccino e lo storico Jules Isaac.
A partire dall'11 e 12 novembre 1942, con l'ingresso dei tedeschi a Marsiglia, si apre una nuova fase nella vita e nell'attività del frate, sotto il segno del rischio, del coraggio e di un'immensa carità. In effetti, il 22 gennaio 1943 hanno inizio una serie di retate che non fanno differenza fra ebrei stranieri e francesi. Avendo l'occupazione tedesca del porto di Marsiglia chiuso le vie di fuga, si ripiega allora sulla zona di occupazione italiana, che serve da rifugio. È dunque essenzialmente verso Nizza che padre Marie-Benoît organizza ora il trasferimento degli ebrei in pericolo. Lì nel 1943 - soprattutto insieme ad Angelo Donati, direttore della Banca di credito franco-italiana, che si occupa di preparare certificati in bianco, che gli ebrei in fuga possono compilare una volta giunti nel dipartimento del Var - contribuisce a elaborare un piano temerario: trasferire in Italia gli ebrei presenti nella zona di occupazione italiana, stimati a quel tempo fra trentamila e cinquantamila.
Padre Marie-Benoît viene richiamato a Roma, dove arriva i primi di giugno del 1943. Incaricato dal Concistoro di Lione di presentare al Papa la situazione degli ebrei posti sotto l'autorità italiana, il 16 luglio 1943 viene condotto dal suo superiore generale al cospetto di Pio XII, che promette - ricorda - "di interessarsi personalmente alle questioni che io gli avrei sottoposto". Poco tempo dopo, monsignor Jacques Martin, della Segreteria di Stato, fa sapere che ci si sta adoperando in tal senso.
Il 25 luglio 1943 Mussolini viene destituito; padre Marie-Benoît è fiducioso. Di fatto, una buona parte dei suggerimenti del cappuccino vengono messi in atto dagli italiani a favore degli ebrei posti sotto la loro giurisdizione, mentre il governo spagnolo interviene a favore dei suoi cittadini ebrei allora residenti in Francia. Pio XII in effetti vuole che si eserciti l'influenza necessaria per ottenere un aiuto positivo dai governi a favore degli ebrei perseguitati. Da parte loro, americani e inglesi danno il proprio consenso al trasferimento di tutti gli ebrei sotto giurisdizione italiana in Africa del Nord, ma la pubblicazione prematura dell'armistizio fra Italia e Alleati a opera del generale Eisenhower fa fallire questo grande progetto di salvataggio.
Non appena pubblicato l'armistizio, i tedeschi invadono la zona di occupazione italiana e inviano otto divisioni supplementari in Italia. Qualsiasi azione a favore degli ebrei diviene allora molto più ardua. Dopo la partenza da Roma del re e del generale Badoglio, che si rifugiano a Brindisi, la sola struttura che resta operativa nella città è quella della Chiesa.
Dopo la retata del 16 ottobre 1943, padre Marie-Benoît continua la sua opera di protezione e di assistenza nonostante i rischi, e arriva a organizzare nel suo convento le riunioni del Comitato di assistenza agli ebrei in Italia, la cui sede è stata chiusa. Poiché il numero dei rifugiati ebrei continua ad aumentare a Roma, il padre deve far fronte, con i suoi collaboratori e migliaia di sacerdoti, religiosi e religiose della città, ai problemi concernenti l'alloggio e il vitto e, dal 6 dicembre 1943, alla necessità di legalizzare o di far sparire dalla circolazione gli ebrei giunti a Roma dopo quella data e ormai impossibilitati a ottenere un permesso di soggiorno. Fa tanto e così bene che viene minacciato di denuncia per falso in atti d'ufficio. "In fatto d'imprudenza - osserva Gerard Cholvy - gli eventi che seguirono non lasciano che l'imbarazzo della scelta". Si stampano moltissimi permessi e si imitano un numero ancora più grande di firme di funzionari municipali o ministeriali, a cui bisogna aggiungere le false tessere annonarie per migliaia di persone, firmate da padre Marie-Benoît e autenticate dal Vicariato di Roma.
Da quel momento in poi bisogna resistere e tener duro il più a lungo possibile, al prezzo di mille promesse insostenibili, come quella di disperdere gli ebrei in provincia. Il 4 giugno 1944 gli alleati entrano a Roma. L'8 giugno nella sinagoga, scrive padre Marie-Benoît, il rabbino André Zaoui "ringraziò la Chiesa cattolica e il Sommo Pontefice per l'aiuto dato durante la persecuzione. Poi mi fu chiesto di prendere la parola. Io mi presento alla balaustra da dove si domina il tutto come da un palco. Scrosci di applausi". Con la pace, padre Marie-Benoît comincia una nuova vita, caratterizzata dal suo apostolato fra gli ebrei, in eccellente collaborazione con le Dame di Sion, al fine di mantenere il contatto fra ebrei e cristiani ed eliminare i pregiudizi.
Molte persone che si rivolgono a lui manifestano una serie d'inquietudini spirituali da più o meno tempo sopite da un'esistenza poco religiosa, ma che la difficoltà dei tempi contribuisce a far nascere. Comunque sia, padre Marie-Benoît non pratica il proselitismo, che anzi disapprova.
Mantiene così, nel corso degli anni e in un clima nuovo, profondamente segnato dal concilio Vaticano II, i suoi rapporti con gli ebrei che gli rendono testimonianza.
In segno di riconoscimento per il comportamento eroico a favore degli ebrei, la Commissione incaricata di designare i giusti delle nazioni, il 26 aprile 1964 decide di concedere la medaglia dei giusti a padre Marie-Benoît. Medaglia e attestato gli vengono consegnati il 1? dicembre 1967 presso l'ambasciata d'Israele a Parigi.
La persona di padre Marie-Benoît colpisce per la sua coerenza - scrive Gerard Cholvy - evidente a partire da qualità e da doni che sono però molteplici. La forza e la calma che emanano da lui permettono di comporre elementi differenti: i rischi dell'impegno e il silenzio del ritiro, che è proprio dello studio e dell'insegnamento.
Fino alla sua morte avvenuta il 5 febbraio 1990, colui che veniva chiamato "il padre degli ebrei", padre Marie-Benoît, restò fedele alle intuizioni che avevano guidato e illuminato tutta la sua vita.

(©L'Osservatore Romano 10 luglio 2011)

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