martedì 15 novembre 2011

A Dornbirn la beatificazione del martire Carl Lampert. Il prete austriaco che sfidò il nazismo (O.R.)

A Dornbirn la beatificazione del martire Carl Lampert

Il prete austriaco che sfidò il nazismo

«Sofferenza e coraggio»: sono i due elementi che hanno caratterizzato l'esistenza, conclusasi con il martirio, del sacerdote Carl Lampert. Li ha evidenziati il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, durante la beatificazione presieduta in rappresentanza di Benedetto XVI, in Austria, a Dornbirn, domenica 13 novembre.
Esattamente nello stesso giorno del 1944, il prete austriaco era stato ghigliottinato in odium fidei. Per questo -- ha ricordato il porporato ai fedeli che hanno partecipato al rito -- il Papa, «che tanto ama la vostra nobile nazione e la vostra gloriosa Chiesa, beatifica questo sacerdote, esaltandolo con il nome di martire». E il Pontefice stesso all'Angelus lo ha ricordato, sottolineando che «nel tempo oscuro del nazionalsocialismo, ha visto con chiarezza il significato della parola di San Paolo: Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre».
Nel suo messaggio il cardinale Amato ha individuato due aspetti essenziali nella tragica vicenda di Lampert: «da una parte, l'odio implacabile del persecutore, e, dall'altra, la fortezza sconfinata di questo sacerdote di fronte alle disumane sofferenze inflittegli ingiustamente». Del resto «quando nel 1938 l'Austria fu occupata dall'invasore nazista, fu abolito il familiare e dolce saluto Grüss Gott». E «il regime si manifestò subito particolarmente ostile verso i credenti più convinti, laici e soprattutto sacerdoti, che furono perseguitati, rinchiusi in campi di concentramento e uccisi». Perché -- ha spiegato «colpendo violentemente i ministri di Dio si voleva sradicare la fede dai cuori» della gente.
In questo «inferno di prepotenza e di menzogna», rifulsero l'innocenza e l'eroismo del martire Lampert, che «all'odio rispose con l'amore, alle offese con il perdono, alle ingiuste sentenze degli uomini con la fede nel giusto giudizio di Dio, nella ferma speranza della vita eterna». E ha messo in luce come «nei ripetuti e sfibranti interrogatori» venisse pestato a sangue. Non solo: «durante le molte prigionie subì l'isolamento, la proibizione di leggere Vangelo, di pregare il breviario, di recitare il rosario, la mancanza di cibo, spesso per due o tre giorni di seguito». D'altronde, ha sottolineato il cardinale Amat0, «anche il non poter far nulla era una sofferenza atroce, che logorava il corpo e l'anima. Se Dio è il padre buono che dà cose buone ai suoi figli, il re della menzogna è il grande inventore di tormenti atroci e disumani. Al paradiso creato da Dio, il “serpente antico” oppone il suo inferno, dove il nostro martire visse con una fortezza di fede, di speranza e di carità incomparabili».
Il porporato ha quindi ricordato come verso la fine della sua lunga prigionia il beato si sentisse «come un naufrago, che, nonostante la violenza della tempesta, resiste e si salva aggrappato al tronco della croce di Cristo. Alcune ore prima dell'esecuzione scriveva al fratello: “È giunta l'ora 'tanto dolorosa' per te e per tutti i miei cari, l'ora della 'redenzione' per me! La via crucis porta adesso all'ultima stazione. Tenebre factae sunt -- sed dies albescit -- in te, Domine, speravi, alleluia”». Per tutti questi motivi -- ha concluso -- egli «è un esempio a non conformarci a questa nostra società, che dimentica la lieta notizia di Gesù, allontanandosi dalla vita buona del Vangelo».
Anche il vescovo di Innsbruck, monsignor Manfred Scheuer, nell'omelia ha invitato a riflettere sulla figura del nuovo beato. «Per alcuni -- ha detto -- non è facile avere a che fare con il ricordo del provicario Lampert né con la sua beatificazione. Era un uomo di Chiesa e per giunta della gerarchia ecclesiastica. In entrambi i ruoli, quindi, non certo in alto nella scala della popolarità. Inoltre, era un uomo di diritto e di diritto canonico». Il presule ha poi sottolineato come settant'anni fa, Lampert «si oppose a ciò che oggi accade in maniera più subdola, sotto altre forme: smantellamento di conventi, estinzione di comunità religiose, emarginazione della Chiesa, disprezzo per i sacerdoti e per la religione». La sua beatificazione «è crisi, occasione di discernimento per lo stile di vita e per la nostra fede». D'altronde, ha concluso, «non è facile ammirare Lampert, senza, nello stesso tempo, porsi domande sulla propria vita».

(©L'Osservatore Romano 14-15 novembre 2011)

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