sabato 19 novembre 2011

Il cardinale Bernardin Gantin nel ricordo di Gianni Cardinale

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:

Il cardinale Bernardin Gantin nel ricordo di Gianni Cardinale

Il cardinale Bernardin Gantin che ho visto da vicino è quello delle non poche interviste che ha avuto la bontà di concedermi.
Privilegio più che raro, e che, almeno all'inizio, non ha origine in miei particolari meriti. Ricordo ancora con una certa emozione il giorno in cui padre Giulio Cerchietti mi chiamò nella redazione di 30Giorni per comunicarmi che il cardinale aveva finalmente deciso di rilasciare una intervista.
Era il 1998, e il cardinale aveva da poco lasciato l'incarico di prefetto della Congregazione per i vescovi. A dire il vero era già da alcuni anni che avevo chiesto una intervista, ma il cardinale mi faceva dire che non era ancora pronto... Alla fine però tanta insistenza venne premiata, ma certamente non per merito di chi scrive, che il cardinale non conosceva se non di nome, ma per il fatto che la rivista era, ed è, diretta dal senatore Giulio Andreotti, personalità che il cardinale ha sempre stimato come politico e come cristiano. Stima che non è diminuita - anzi si è rafforzata - quando il senatore ha dovuto affrontare le spiacevoli prove che tutti conoscono.
Ricordo che andai a trovare il cardinale nella sua residenza vaticana, nella bella Palazzina dell'arciprete. Palazzina importante perché vi risiedevano altri due pezzi da novanta del collegio cardinalizio: il cardinale Agostino Casaroli e l'allora camerlengo Eduardo Martinez Somalo. Il cardinale mi accolse con grande affabilità e mi concesse una lunga intervista autobiografica che pubblicammo con grande rilievo nel numero di settembre.
Il cardinale era ed è una persona molto riservata, che non si concedeva facilmente ai giornalisti, per me quindi fu un grande onore portare a casa, come si suol dire, una intervista esclusiva con lui. Ma fu anche la preziosa occasione di iniziare a conoscere più a fondo un grande uomo di Chiesa.
Cominciai infatti ad andarlo a trovare con una certa frequenza.
Per me era un piacere ed un onore poter parlare con lui. I temi dei nostri colloqui erano vari, perlopiù collegati all'attualità ecclesiale ma anche internazionale. Ciò che mi ha sempre colpito in sua eminenza è stata sempre la franchezza e allo stesso tempo la delicatezza nei giudizi. Mi spiego meglio. Se si parlavano di fatti e persone che riscuotevano il suo apprezzamento allora il cardinale esprimeva apertamente e a volte con entusiasmo africano la sua approvazione; se invece c'era qualcosa o qualcuno che non gli andava proprio a genio allora si limitava semplicemente a scuotere la testa, in segno di disapprovazione. Non mi è mai capitato ascoltare parole indelicate dalla sua bocca.
Ovviamente tutto quello che ci dicevamo, benché non mi venisse rivelato nulla di sottoposto a segreto pontificio e non, veniva da me conservato nella dovuta riservatezza. E' accaduto però che alcuni di quei colloqui, con il consenso ovviamente di sua eminenza, si trasformasse in una intervista. Il caso più clamoroso che mi viene in mente risale al 1999. Nel marzo di quell'anno sull'Osservatore Romano venne pubblicato un articolo in cui il compianto cardinale Vincenzo Fagiolo, insigne canonista e conterraneo del senatore Andreotti, auspicava che venissero "eliminati" o almeno "resi rari" i casi di promozioni o trasferimenti di un vescovo da una diocesi ad un'altra. Ricordo che il cardinale Gantin mostrò subito di essere d'accordo con le parole del suo confratelli italiano, e argomentò questa sua empatia con particolare fervore. Rimasi impressionato da questa reazione.
E immaginai che forse era dovuta al fatto che in quattordici anni alla guida della Congregazione che aiuta da vicino al papa nella nomina di buona parte dei vescovi dell'orbe cattolico evidentemente qualche caso di carrierismo episcopale al cardinale era pure dovuto capitare. Sta di fatto che quando proposi a sua eminenza di trasformare in intervista il nostro colloqui accettò subito, senza esitazioni. La scrissi di getto, a memoria, tanto le sue parole si erano impresse nella mia mente. Divenne la storia di copertina. E fece molto rumore. Sul caso intervennero anche altri cardinali. Mi limito qui a ricordare quello che disse, in una mia intervista sempre su 30Giorni, l'allora cardinale Joseph Ratzinger: "Sono totalmente d'accordo con il cardinale Gantin. Soprattutto nella Chiesa non dovrebbe esistere alcun senso di carrierismo. Essere vescovo non deve essere considerata una carriera con diversi gradini, da una sede all'altra, ma un servizio molto umile. Penso che anche la discussione sull'accesso al ministero sarebbe molto più serena se si vedesse nell'episcopato non una carriera ma un servizio. Anche una sede umile, con pochi fedeli, è un servizio importante nella Chiesa di Dio. Certo, ci possono essere casi eccezionali: una grandissima sede in cui è necessario avere esperienza del ministero episcopale, in questo caso può darsi... Ma non dovrebbe essere una prassi normale, solo in casi eccezionalissimi".
Il ricordo più emozionante risale alla mattina del 3 dicembre 2002. Feci un'alzataccia, non abito infatti vicino al Vaticano, ma non volli mancare alla messa "d'addio" celebrata dal cardinale sotto l'altare della Confessione della basilica di san Pietro. Il giorno dopo infatti il cardinale sarebbe tornato, dopo ben 31 anni passati nell'Urbe, nel suo amatissimo Benin come semplice "missionario romano". Eravamo in tanti: cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, persino un paio di ambasciatori, semplici laici come me. Per fortuna però non si è trattato di un addio vero e proprio perché il cardinale è tornato altre volte a Roma, anche se troppo raramente per chi lo conosce e gli vuole bene.
Comunque ho continuato a sentirlo per telefono, nonostante le linee con il Benin lascino alquanto a desiderare, e sono riuscito a fare anche qualche intervista con la quale il cardinale potesse segnalare le urgenze, le difficoltà e anche le speranze della Chiesa e del popolo in Africa. In questo caso le parole del cardinale sono state sempre chiare e tempestive. E a volte anche pungenti, quando non è riuscito a nascondere il suo disagio per i casi di vescovi africani spesso assenti in diocesi perché in giro per il mondo, per i casi di sacerdoti africani che dopo gli studi rimangono in occidente più alla ricerca del benessere che per ansia missionaria, per i casi di ordini religiosi femminili che cercano di compensare la cronica mancanza di vocazioni nei Paesi d'origine con una importazione massiccia di novizie dal Terzo Mondo. Ma si tratta di rimproveri che nascono dall'amore di un padre per i propri figli.
Se c'è un aspetto della figura del cardinale Gantin che mi ha sempre colpito è il suo amore per Roma e per il vescovo di Roma, il Papa.
E' proverbiale il fatto che finché ha potuto il cardinale non ha mai voluto mancare alla messa che ogni 6 agosto viene celebrata nell'Urbe per ricordare la morte di Paolo VI, di quel papa Montini che lo aveva chiamato a Roma, a prestare servizio nella Curia romana. Ricordo con quale affetto mi ha sempre parlato di Giovanni Paolo I: "eravamo contentissimi" mi disse in una intervista parlando del sentimento provato dai cardinali dopo il Conclave che aveva visto l'elezione di Albino Luciani. Ovviamente enorme la stima e il rispetto che il cardinale ha sempre avuto per Giovanni Paolo II, il papa che gli conferito il delicatissimo incarico di prefetto della Congregazione per i vescovi, che lo ha avuto come Decano del Collegio cardinalizio per molti anni. Con Benedetto XVI infine il legame è del tutto particolare: Ratzinger e Gantin infatti vennero creati cardinali nello stesso concistoro, quello del 1977, l'ultimo di Paolo VI. Intervistandolo per Avvenire il cardinale mi ha detto: "Per me fu un onore essere creato cardinale dal grande papa Paolo VI insieme a figure di primissimo piano come Giovanni Benelli, Joseph Ratzinger, Mario Luigi Ciappi e Frantisek Tomasek. Adesso siamo rimasti in due. E il cardinale Ratzinger, quando ci incontravamo, mi ripeteva sempre 'siamo i sopravvissuti…'".
Il cardinale Gantin non ha partecipato al Conclave del 2005. Ma se posso esprimere una valutazione personale non ho dubbi a pensare che se avesse potuto non avrebbe fatto mancare il suo sostegno al cardinale Ratzinger. Intervistandolo per 30Giorni nel 2002 il cardinale, spiegando il suo dolore per "le tante critiche… spesso ingiustificate" che nel corso degli anni ha sentito rivolgere alla Curia romana, indicava come figura "esemplare" proprio il cardinale Ratzinger, "vero modello per tutta la Curia". "Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente - aggiungeva - ha saputo apprezzare la delicatezza, la sensibilità, la cortesia, la semplicità con cui Ratzinger affronta i casi, spesso difficili, che gli sono sottoposti". Il cardinale - dicevo - non ha potuto materialmente esprimere il proprio suffragio in Conclave. Ma un giornalista americano ha scritto che il cardinale Gantin, lasciando la carica di Decano del Collegio, ha favorito la nomina in questo incarico dell'allora vice-decano, che era Ratzinger, e così in qualche modo ha in qualche oggettivamente aiutato l'elezione di Benedetto XVI. La storia non si fa con i se, è ovvio, ma personalmente mi piace immaginare che le cose siano andate proprio così.
Insomma il cardinale Gantin ha sempre amato il Papa, il vescovo di Roma. E ha sempre amato Roma, tanto che è voluto tornare in Africa, come ha sempre ripetuto, da "missionario romano". Nella messa di addio del 3 dicembre 2002 il cardinale esclamò: "Che la mia lingua si attacchi al mio palato, e la mia destra si paralizzi semmai ti dimentico o Roma, la Gerusalemme nuova, meta di tanti pellegrino nel mondo intero...".
No, il cardinale Gantin non si è mai dimenticato di Roma. E Roma non si è dimenticata del cardinale Gantin.

G. Cerchietti - G. Grieco - L. Lalloni, Il cardinale Bernardin Gantin. Missionario africano a Roma. Missionario romano in Africa, LEV, Città del Vaticano 2010, 280 pp., euro 13,00

Nessun commento: